Ogni giorno siamo circondati da schermate, notifiche, post, commenti e messaggi. I social network sono diventati il nostro palcoscenico quotidiano, un luogo in cui possiamo esprimerci, raccontare la nostra vita, connetterci con gli altri. Ma, in questo mondo sempre più digitale, siamo davvero connessi? O stiamo, paradossalmente, perdendo la capacità di entrare in connessione emotiva reale con gli altri?
Il tema è dibattuto e, al momento, la miniserie Netflix Adolescence è tra le più viste, nonché quella che sta suscitando più reazioni, commenti e riflessioni. Forse perché meglio di ogni altra serie tv Adolescence, come un pugno nello stomaco, mette in luce il profondo e drammatico isolamento emotivo nelle nuove generazioni.
Nonostante i cuoricini ben cantati nel brano dei Coma_Cose, il paradosso dell’essere continuamente “connessi” ma allo stesso tempo sempre più “distanti” emotivamente, è proprio il cuore della questione che le piattaforme social alimentano ogni giorno.
Eppure proprio i social offrono un potere straordinario: quello di raggiungere in un istante persone in ogni angolo del pianeta, nonché la possibilità di mettersi in contatto personalmente con il proprio scrittore, attore, regista o cantante preferito. Ma, nonostante questa apparentemente illimitata possibilità di connessione, si sta creando una distanza emotiva sempre più profonda. La barriera invisibile tra noi e gli altri, rappresentata dallo schermo del nostro smartphone, sta diventando un rifugio comodo e sicuro, e allo stesso tempo anche un ostacolo per le relazioni autentiche.
Una delle dinamiche più preoccupanti dei social media è che spesso sembra di poter esprimere opinioni e sentimenti senza dover affrontare le conseguenze delle proprie parole. Dietro uno schermo, si è in grado di scrivere commenti rabbiosi, indifferenti o anche offensivi, senza guardare negli occhi chi è di fronte. Manca la percezione immediata della reazione dell’altra persona, quella che ci ricorda che dall’altra parte c’è un essere umano con emozioni, esperienze e una vita unica. Questo distacco emotivo rende più indifferenti e meno empatici.
I social e i leoni da tastiera
Il fenomeno dei “leoni da tastiera” è ben noto a chi frequenta i social media, ossia l’idea (in qualcuno) di poter dire qualsiasi cosa, senza il peso del confronto diretto. La distanza fisica e psicologica che lo schermo fornisce diventa una protezione che purtroppo può permettere di sfogare frustrazioni, insoddisfazioni, anche su temi delicati, senza la preoccupazione di come i propri commenti possano influire sugli altri. E questo è ovviamente drammatico nonché pericoloso, perché sta erodendo il valore fondamentale dell’empatia.
L’empatia è la capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri. È la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di percepire le sue emozioni. Qualità sempre più rara che rischia di scomparire nel mondo digitale. Le risposte sempre più rapide e le conversazioni superficiali, che spesso caratterizzano le interazioni online, non permettono quella profondità che solo un incontro faccia a faccia può generare.
Quando il confronto avviene di persona, si è costretti ad accorgersi di quanto le parole possano essere potenti, ma anche dolorose. Il silenzio di un viso che non risponde, lo sguardo che si abbassa, una voce che trema sono segnali che, nel mondo virtuale, restano invisibili. Questo tipo di comunicazione non verbale, essenziale per il nostro approccio empatico, è praticamente assente nelle interazioni digitali, riducendo la comprensione dell’altro a ciò che leggiamo o scriviamo.
Un rifugio sicuro?
Il web offre un luogo sicuro dove nascondersi, vedere senza essere “visti”, una protezione che però diventa anche una trappola. Come recita un classico dei detti popolari: “alle sue spalle è più facile criticare qualcuno” nei social non dobbiamo affrontare le persone direttamente, non dobbiamo vedere le loro reazioni o il loro dolore. Cinicamente possiamo scrivere un commento e continuare la nostra giornata senza pensare agli effetti che le nostre parole possono avere. Ma cosa succede quando si toglie la barriera digitale?
Quando ci incontriamo con qualcuno di persona, siamo di fronte all’evidenza che le parole non sono mai solo parole. C’è una dimensione emotiva che si aggiunge, che ci obbliga a essere più attenti, più sensibili. Il contatto visivo, il tono di voce, tutto contribuisce a costruire una connessione più profonda e proprio per questo la comunicazione diretta può risultare più impegnativa. Diversi studi e sondaggi hanno evidenziato che le nuove generazioni preferiscono le comunicazioni digitali rispetto alle conversazioni telefoniche o faccia a faccia. Un sondaggio del Times ha rivelato che i giovani tra i 18 e i 34 anni provano ansia al solo pensiero di ricevere una telefonata. Ed ecco la trappola: un cambiamento generazionale che sembra indicare un progressivo distacco dalla vita reale e l’incapacità di connettersi a livello emotivo profondo.
Ciò che ci sta accadendo, dunque, è un paradosso. Mentre la tecnologia ci tiene connessi come mai prima d’ora, stiamo lentamente perdendo la capacità di connetterci emotivamente. Le interazioni online, sebbene rapide ed efficienti, non possono sostituire la profondità di una conversazione faccia a faccia, dove ogni parola ha un peso diverso, dove ogni silenzio è significativo.
Forse, in un mondo che ci obbliga a essere sempre “connessi”, dovremmo fermarci a riflettere su cosa significa esserlo davvero. Essere presenti emotivamente per gli altri, ascoltarli davvero, e non limitarsi a scorrere una pagina, a scrivere un commento veloce. Forse dovremmo imparare a riportare l’empatia nel nostro modo di comunicare, tanto online quanto offline. Solo così possiamo sperare di non perdere davvero ciò che ci rende umani: la capacità di sentirci e di farci sentire.