In un mattino di primavera, mentre passeggiava in un campo, un vecchio contadino notò un piccolo bozzolo appeso a un ramo. Il sole illuminava la sua seta sottile e all’interno si intravedeva un movimento leggero, quasi impercettibile.
Curioso, il contadino si avvicinò e osservò attentamente. Una farfalla stava lottando per liberarsi: il bozzolo si agitava a tratti, fremendo sotto i suoi colpi. Le zampette cercavano un varco, le ali ancora piegate spingevano con fatica. Sembrava uno sforzo estenuante, un’impresa troppo ardua per quella piccola creatura.
Il contadino rimase più tempo a guardarla finché si impietosì: quel piccolo insetto sembrava esausto, incapace di completare il suo sforzo. Così, con delicatezza, prese un coltello e aprì il bozzolo per aiutarla. La farfalla uscì subito, ma il suo corpo era fragile e le ali, umide e deboli, non si dispiegarono come avrebbero dovuto. Anziché prendere il volo, la farfalla restò appoggiata al ramo.
Il contadino, sorpreso, attese fiducioso, ma il tempo passava e la farfalla non si muoveva. Il suo corpo restava inerte, incapace di sviluppare la forza necessaria per tendere le ali e volare.
Allora il contadino capì, troppo tardi, il suo errore. Non aveva soltanto vigilato premurosamente a distanza, ma con l’intenzione di aiutare la farfalla, aveva invaso il suo spazio senza considerare che quel duro sforzo che aveva cercato di evitare alla farfalla era in realtà necessario. Infatti, è proprio il combattimento dentro il bozzolo che spinge i fluidi vitali della crisalide nelle sue ali, rendendole forti e capaci di volare.
Così la farfalla restò lì e non poté mai sollevarsi in aria. Nel tentativo di aiutarla, l’uomo l’aveva inavvertitamente privata della sua possibilità di crescere e vivere pienamente.